buon anno a badilate di acqua e mezze vaschette di gelato

la differenza tra un disastro e un’avventura

è solo la tua attitudine

> mario calabresi

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

> Erri De Luca

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La scoppitudine

Siamo tutti costretti, per rendere sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola follia.

> Marcel Proust


sei il mio porto sicuro nella burrasca, sei la mia ciambella senza buco, sei il sugo sulla pasta, sei il bastone della mia gioventù, sei il sale con la vodka e il limone, sei Gigi d’Ag nel 2011, sei Cesare Cremonini che dice “biancospino” con l’accento romagnolo nel nuovo film di Pupi Avati, sei il parka doubleface quando ho caldo e freddo insieme, sei il keyway di scorta quando piove all’improvviso, sei il Kinder Bueno quando ho il calo di zuccheri, sei il Gaviscon che guarisce pure il mal di testa dopo una serata di bagordi, sei una serata di bagordi (con vodka, sale&limone, il Gaviscon e il mal di testa), sei YMCA quando la pista si sta svuotando, sei il giusto mix di Gatto Panceri e Laura Pausini nel viaggio verso casa, sei Marzullo che si fa una domanda e si risponde con le parole giuste, sei l’aria calda della Rinascente quando è inverno, sei il pesce crudo sopra il riso giapponese, sei la granita al caffè, sei il tiramisù di Pompi ma con più scaglie di cioccolato, sei il vestito della domenica che usavano i nostri nonni, sei la scatola di Pocket Coffee che si sta finendo Irene Grandi a furia di rimanere sul quel furgoncino, sei la Littizzetto la domenica sera (no, forse quella sono io), sei il cicchetto che si bevono quei disperati in deltaplano dopo aver compiuto l’impresa del secolo, sei Mentana che annuncia che Berlusconi si è dimesso, sei la cassa libera al supermercato quando ho fretta, sei il semaforo che diventa verde quando devo correre e quello che diventa giallo che mi avvisa quando devo rallentare, sei un’agenda bianca pronta per essere scritta e poi riletta, sei i fiori di Van Gogh da appendere in camera, sei il biglietto del tram di Grenoble ritrovato nella giacca dell’anno prima, sei Indiana Jones alla ricerca dell’arca perduta, sei Bridget Jones alla ricerca del fottutissimo tonno perduto, sei l’ultima sigaretta del pacchetto quando credevo di averlo finito, sei il ctrl+alt+c che mi salva sempre quando il pc è andato in pappa, sei il video della Sora Cesira di Arcore’s night, sei Totò che dice “ma mi faccia il piacere mi faccia!”, sei Lady Gaga e Jovanotti che duettano, sei Albano e Romina che cantano Felicità, sei, semplicemente sei.

TO BE CONTINUED….

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Un velo bianco

Ci sono strade che di notte le distingui solo per l’odore dell’asfalto,

non sei sicuro di esserci mai stato, ma sei sicuro che stai tornando.

> Tiromancino, “Strade”

Mai ballato con boscaioli improvvisati in pista, mai parlato con Indiana Jones in feste a casa di amici di amici, mai comprato pallettes dell’ultimo minuto per assumere una parvenza carnevalesca.

Trucco livido, sorriso cadavere, un’amica al fianco, un’occasione come un’altra per essere qualcuno che non si era mai pensato di poter, e di voler, diventare.
Mettiamoci anche un fotografo di interposta conoscenza e un guardarobista visto un paio di volte e la scelta si fa da sola.

Ciprie sui visi, luci scure tra i riccioli, occhi bianchi dipinti di nero. La musica, sempre quella, ma con un tocco di jazz in più: un sassofonista osa sulla pista per portare le menti dove altrimenti non viaggerebbero.
Un viaggio. Un passaggio veloce in una terra di scheletri e zombie. Una presa in giro del mondo di fuori,  allungato in succo d’arancia bevuto tutto d’un sorso, perché non serve il rum.

Basta un velo bianco che ti bacia con il soffio di mondo che gli passa attraverso.

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Delfini curiosi

…Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali…

> A Zacinto, Ugo Foscolo

“Ma dove li hai visti i delfini? Quest’estate in Sardegna?”

“Ma va! Li ho visti il week end scorso alle Cinque Terre! E poi st’estate non sono mica andata in Sardegna…”

“Alle Cinque Terre? I delfini? Cosa ci facevi al mare? Ormai non è più stagione…no?”

“Mah…per me no. Mare non fa rima solo con ombrelloni picchettati tra i sassi, con pelli cangianti, con i ritornelli degli aperitivi sulla spiaggia.
Perchè il mare è sempre lì. Ci aspetta tutto l’anno: il mare d’autunno, come quello d’aprile.
Mare fa rima anche con il giallo sbiadito del sole d’ottobre, con il vento che corre tra le montagne, con le viscere più vive delle sue profondità. E poi con serenità e spietatezza, con i fari dei porti e i legni umidi dei marinari.
Al mare tutti torniamo bambini, anche senza toccare la sabbia, con secchiello e paletta sepolti nelle cantine della nostra memoria.
Basta vedere i delfini: “oooh” fa tutto il traghetto, “i delfini!”. Eh già. Stanno nel mare loro, ci vivono.
“Oooh” e la barca barcolla, gira in tondo: tutti a sinistra, tutti a destra. La foto più bella.
La spontaneità della natura mi ha bloccata. Giravo la testa per seguire con gli occhi i delfini, loro, così dispettosamente eleganti.
Oooh.
Tutti bambini noi, non più abituati alla spontaneità della ginestra che cresce nelle bocche dei vulcani.
Noi, dimentichi che il mare è un ventre materno,  e matrigno.
Noi, bimbi, ginestre di città.”

Un giorno al mare. Una gita in bici…ruota bucata. Siamo filosofi: poco male, si va a piedi. Frotte di ciclisti che ti superano sulla destra, li mortacci: hanno le camere d’aria diverse loro, non possono proprio fare niente per il tuo potente mezzo.
Ci si gira su se stessi, sole in faccia, caldo sul collo: si torna a casa. La strada è lunga, ma la compagnia è buona. On y va.

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Il Divo è Sean Penn

Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così”

> Cheyenne

Da Corriere.it

“19 cose che non dimenticherò mai del film This must be the place di Paolo Sorrentino.

1) L’acconciatura dei capelli di Cheyenne, l’ex rockstar cinquantenne interpretata da Sean Penn e protagonista assoluta del film.

2) Il rossetto di Cheyenne.

3) La scena in cui Cheyenne confida il suo segreto per fissare il rossetto sulle labbra, così non si sfalda, a un gruppo di donne incontrate in ascensore.

3) La voce in falsetto che Sean Penn ha inventato per il personaggio.

4) L’idea di usare il fondo di una piscina vuota per giocare alla pelota (sport preferito di Cheyenne e della moglie, che è Frances McDermond)

5) La domanda da cui è nato il film (tutti i film nascono da una domanda). In questo caso la domanda che Sorrentino si fece qualche anno fa quando tutto cominciò è la seguente: «Ma come vivono oggi gli ex criminali nazisti sopravvissuti e nascosti in qualche sperduta località ai confini del mondo? Cosa pensano oggi persone che si macchiarono dei crimini più feroci nella storia dell’umanità e che avranno ormai l’aspetto di innocui nonnetti?»

6) L’idea di fare di Cheyenne, che una volta ha cantato con Mick Jagger (anzi è Jagger che ha cantato con lui, come tiene a specificare), un detective che gira l’America alla ricerca della guardia di Auschwitz che umiliò suo padre ai tempi dello sterminio.

7) Il fatto che Cheyenne pianga per la morte del padre non al suo capezzale, non al funerale, non al cimitero ma solo mentre assiste a un concerto di David Byrne che canta This must be the place.

8 ) La tenerezza con cui Cheyenne, come nelle rubriche della posta del cuore, cerca di far fidanzare «un ragazzo triste con una ragazza triste».

9) Il motivo per cui Cheyenne ha abbandonato le scene (e che ha a che fare con l’effetto che una canzonetta lugubre può avere su ragazzini troppo sensibili).

10) Le due battute consecutive in cui Cheyenne confessa a un cacciatore di criminali nazisti di non saperne poi molto sull’olocausto e anche su suo padre.

11) Le raccomandazioni che Cheyenne fa alla moglie prima di lasciare la paradisiaca Irlanda in cui vive per andare in America al capezzale del padre morente (una è «Vacci piano col Tai Chi»).

12) Il modo di camminare inventato da Sean Penn per Cheyenne che è «il modo di camminare di una persona ricca che si vergogna di essere ricca». Ma che è anche il modo di camminare, lento e guardingo, del primo uomo sulla Luna.

13) Il fatto che questo sia il primo film on the road nella storia dove il vero mezzo di locomozione è un trolley (dal quale Cheyenne non si stacca mai).

14) Da cui discende la misconosciuta ma fondamentale importanza (anche estetica oltre che psicologica) che riveste l’invenzione e la diffusione della valigia a rotelle nel mondo contemporaneo.

15) Il terrore con cui Cheyenne (che non ha più toccato una corda di chitarra da quando si è ritirato dalle scene) maneggia una chitarrina quasi giocattolo per accompagnare un bambino che si esibisce nella sua personale cover di This must be the place.

16) La severità con la quale Cheyenne (che invece è sempre dolcissimo) corregge il bambino perché sostiene che This must be the place non è una canzone degli Arcade Fire ma dei Talking Heads. Errore che gli suona come un’eresa, un sacrilegio, un delitto di lesa maestà.

17) La riflessione di Cheyenne sul fatto che la gente oggi non lavora più, «fa qualcosa di artistico».

18) Il monologo del criminale nazista sul tema: «L’inesorabile bellezza della vendetta»

19) Il fatto che per tre volte (all’inizio, a metà e alla fine del film) Cheyenne dice, con l’aria di un bambino che ha paura del buio, che qualcosa lo ha disturbato ma non specifica cosa sia.

20) Adesso continuate voi la lista delle cose che non dimenticherete mai del nuovo film di Paolo Sorrentino.”

Antonio D’Orrico
14 ottobre 2011 16:23
Fonte: Corriere.it

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Stay hungry stay foolish

Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

> Steve Jobs

Credits foto by Luigi Carissimi

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Il cinema da soli

Il cinema è uno dei tre linguaggi universali; gli altri due sono la matematica e la musica.

> Frank Capra

I quattro ultimi film da vedere da soli, a casa ma soprattutto al cinema:

– DRIVE
Per Ryan Gosling (in “Blue Valentine” con Michelle Williams, per me il nuovo Matt Damon), per Carey Mulligan scoperta in “An education” e ritrovata in “Non lasciarmi”, per i fotogrammi rallentati di Nicolas Winding Refn, pieni di silenzio nei momenti dove il motore della macchina si ficca veloce nel cuore, ma senza arrivare a coprire l’elettricità di “Nightcall” di Kavinsky feat Lovefoxxx.

– LA PELLE CHE ABITO
A metà film lo snodo che farà esclamare di stupore la sala: quello che avevi visto fino a quel momento non è il vero film. Per uscire dal cinema con le budella aggrovigliate, da vera Pretty Woman.
NB: da andare a vedere senza aver letto assolutamente nulla della trama.

– THE FIGHTER
Non per il fattissimo Christian Bale, e nemmeno per il sudore di Mark Walhberg (lui assomiglia di più a Matt Damon, effettivamente), ma perchè le volte dopo in cui andrai a correre ti verrà voglia di tirare cazzotti all’aria, felpa incappucciata e sguardo basso.

– MILDRED PIERCE
Nuova mini serie americana. Da vedere prima di dormire per qualche notte di fila. Per le torte di Kate Winslet, sfornate finalmente in tv, per le voci originali degli attori (in streaming c’è solo la versione USA), perchè non vorresti ci fosse un’ultima puntata. Io non l’ho ancora vista. C’è, e rimane lì.

Scegliete il cinema più comodo.
Scegliete di andarci da soli.
Scegliete di stare con voi stessi e con le luci dello schermo.
Insieme a Gosling ci sono anche io su quell’auto….

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Losing i REM

Shiny happy people holding hands
Shiny happy people holding hands
Shiny happy people laughing

> REM

Non ci saranno più quelle canzoni dal soffio sottile ma che ti fanno abbassare il finestrino in macchina per sentire le note del vento sulla faccia.
Non ce ne saranno di nuove che ti lasceranno affiorare alle tempie la malinconia di una melodia conosciuta.

Ma ci saranno solo le grandi canzoni che ti hanno fatto da colonna sonora quando in camera mettevi la cassetta nel mangianastri dal lato sbagliato, quando a scuola giocavi a diventare grande, quando in biblioteca giravi le pagine dei libri come fossero stati riccioli ribelli, quando al lavoro ti guardi diventare uomo.

Pezzo di vita nostra, di vita mia, altro che pezzo di storia! Sono pezzi miei, i Rem e tutti gli altri. Che escono dalla porta di casa, salutandoci senza bacio della buona notte.
Loro se ne vanno a dormire, e noi, svegli, ce ne andiamo a cantare in giro.

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L’ultima grigliata di stagione

Ricordare il passato serve per il futuro, così non ripeterai gli stessi errori.

Ne inventerai di nuovi.

> Groucho Marx

Non esistono più le mezze stagioni. Non si fanno più le pulizie di primavera.
Il cambio dell’armadio si fa adesso.
Via le canotte frikkettone stessa spiaggia stesso mare, si torna alla longuette e alla cravatta. Le Birkenstock danno il cambio ai tacchi.

I nuovi propositi si fanno adesso.
Poche storie.

Vai in piscina quando esci dal lavoro, anche se sei stanco: tornerai morto a casa, ma sarete più contenti in due, tu e la tua schiena.
Non rimbalzare gli amici perché hai troppi impegni, veri e inventati. Accetta gli inviti a cena e fregatene del corso di aereobica.
Compra dei fiori ogni tanto e mettili sul tavolo della cucina. Il giorno dopo non saranno ammuffiti, no…però la tua casa avrà quel tocco in più.
Frutta e cereali a colazione…ma vai e fatti una brioche almeno di sabato!
Fuma, ma poco e solo dopo mangiato (e bevuto). Quindi sì, bevi, ma poco e solo dopo aver mangiato.
Mangia. E sgrassa con qualche finocchio al vapore.
Convinci le tue amiche a fare insieme qualcosa a cui tieni, altrimenti fallo comunque da sola.
Scrivi sempre agli amici lontani e non te la prendere se non ti rispondono mai: sai che anche loro ti pensano.
Sì va bene, appena arriva l’inverno proviamo quelle terme.
Rileggi sempre ciò che scrivi e non ti dimenticare del congiuntivo quando parli.
I carboidrati sono tuoi amici.
L’isteria non rilassa.
Guarda i film in inglese anche se non capisci una parola.
Stasera non guardare la tv, ma sdraiati sul letto in silenzio e pensa. O non pensare.
Non arrabbiarti, impara dagli altri, impara a conoscere gli altri e adeguati. Ma fai valere le tue ragioni.
Fai quella cosa lì, anche se non sai come farla. Vai in quel posto lì, anche se non sai come arrivarci.
La gente ascolta la musica troppo poco: fagliela ascoltare tu.

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Odojak

El amor supo entonces que se llamaba amor.

Y quando levanté mis ojos a tu nombre

tu corazòn de pronto dispuso mi camino.

> Pablo Neruda, Sonetto 35

Aspettava impaziente che calasse il sole: non amava particolarmente il momento in cui toccava l’acqua.  Non amava in generale il tramonto, quando il cielo è ancora chiaro ma già stanco della giornata, la gente si sveste del sale e del calore e torna verso casa per prepararsi alle stelle.
Lei no. Lei è restata. E il tempo, per una volta, non le correva dietro.
Leggeva, forse annoiata, le ultime pagine del suo libro, il libro dell’estate: “Ogni giorno, ogni ora” di Natasa Dragnic. Stesse nuvole veloci nel cielo, stesso cemento bollente delle spiagge, stessi lecca lecca rotondi, stessi amori che “non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

Così era la Croazia. Come quel libro. La prendeva, ma lei non sapeva perché; ci credeva anche se non avrebbe dovuto.

Un amarognolo accompagna il blu della copertina e ogni giorno passato in quella terra di nessuno.
L’Istria si perde nei vicoli scivolosi di Porec, nelle scalinate piene di voci di Rovinji, nelle grappe che bagnano i suoi fiordi, nell’odore di gente del porto di Rijeka, nelle lingue rapidamente mangiate, nelle sue stelle fredde e ventose,  nelle ghiaie grigie delle isole, nei due amanti della Dragnic, Luka e Dora, che si amano, si rincorrono, si adattano alla vita come corpi bagnati a uno scoglio e bruciano come maialini allo spiedo.

Lei leggeva, e la Croazia le passava attraverso. No, non ci sarebbe più tornata. Almeno per un po’.

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